Il tempo di tornare

Prima di arrivare a Mandalay ho preso la decisione di ridurre i giorni da passare in Myanmar e passarne alcuni in relax in qualche isola thailandese, per fare un’ultima scorta di sole prima del gelido rientro. L’intento è soprattutto quello di rimandare le esplorazioni a quando ci tornerò con A., imparando a convivere con questa nuova cosa che ho deciso di chiamare nostalgia da interruzione, cioè il disagio che si prova quando un imprevisto non grave ostacola il raggiungimento della felicità in un momento in cui tutto va per il meglio.
Prima di cambiare aria ho fatto un ultimo giro in motocicletta nei villaggi intorno a Mandalay.

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Ho saputo che ad Amarapura (sobborgo a sud di Mandalay) c’è un monastero (Mahar Gandar Yone) dove, se ci si presenta alle 10, si ha la possibilità di mangiare coi monaci alle 10:30. Sono arrivata un po’ in ritardo anche per il terzo grado di uno strano ragazzetto inglese che mi ha impezzato chiedendomi della moto (‘ma dove l’hai presa? Quando costa il noleggio? Che coraggio! Io giro in taxi, ma sono tentato etc‘). Lo scenario non era proprio quello che mi aspettavo. C’era una gran folla di turisti di ogni parte del mondo armati di macchine fotografiche aggressive. Circondavano minacciosi su ogni lato l’edificio e il cortile dove i monaci si apprestavano a fare la fila per avere il piatto di riso, per poi prendere posto sulle lunghe tavolate.


Tra i tavoli non compariva nessun volto da turista, erano tutti fuori a spiare la scena del banchetto, mi è quindi venuto naturale associare questo fenomeno quasi voyeristico ad una specie di “acquario” buddista, al quale i monaci si sottopongono (alla stregua di animali da circo) per le offerte che ne traggono.

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I temibilissimi turisti in tenuta d’attacco

L’ho trovato un po’ triste, anche perché non c’era modo di interagire con loro. Addirittura, comprensibilmente infastiditi, nel camminare non ti guardavano nemmeno, facendo finta di non vedere tutta la bizzarra fauna di stranieri.

Me ne sono andata, ricordando le preziose esperienze, le dimostrazioni di ospitalità e condivisione che ho ricevuto in passato in luoghi sacri analoghi, ma meno conosciuti evidentemente.

 

 

 

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Ho trovato più interessante questo gatto.

Uscendo dal monastero mi sono fermata a preparare l’Edirol per una registrazione, incuriosita da rumori metallici forti provenienti da molte casette. Le case nei villaggi sono fatte di bambù intrecciato come in Laos e Nord Thailandia, mi fanno impazzire perché gli intrecci sono precisissimi:

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Curiosando attirata dai rumori industriali che si propagavano, ho scoperto un numero impressionante di filande locali, dove avviene la lavorazione dei longyi, cioè i quadrati di tessuto che si indossano in Myanmar.

Curiosando ancora qua e là sono capitata in un’azienda che lavora la canna da zucchero! Mi sono fatta spiegare ovviamente tutto, nessuno sapeva una parola di inglese ma sono stati bravissimi e ho capito questo:

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All’ingresso c’era una montagna di fogliame di canna da zucchero essiccata, che viene utilizzata come combustibile

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Forno di alimentazione

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Pasta di zucchero, raffinata poi altrove

Dopo questa lezione proseguo il mio giro verso Sagaing, aldilà del gigantesco fiume Irrawaddy.

Il ponte non finisce mai! Faccio poi un giro sulle colline sacre per soddisfare la mia mania di vedere tutto dall’alto e poi mi dirigo verso Inwa, un’antica capitale birmana (regno di Ava). Riesco a portarmi dietro la motocicletta facendola salire su un’ imbarcazione (ad un costo spropositato tanto che al ritorno decido di fare il giro lungo e passare il ponte zona aeroporto) e quando scopro che per gli stranieri entrare nella città costa 10$, sdegnata decido di evitarlo per boicottare le tasse dell’esercito. Ho preferito piuttosto girare tutto il circondario campestre disseminato di tempietti nascosti nella natura.

Il fatto è che il Myanmar (se non si sta attenti) è molto caro per essere un paese asiatico e lo è ancora di più in virtù del fatto che è un paese in via di sviluppo. Costa tanto pernottare (in città minimo 20$ se si è fortunati) perché i militari dell’esercito pretendono che le strutture alberghiere abbiano una licenza speciale per ospitare stranieri (tipo a Cuba), difficile (ma non impossibile) aggirare la cosa. A volte le città da visitare hanno un biglietto di ingresso, come a Bagan, Inwa, Inle Lake e risulta fastidioso perché non sono musei e non è possibile dormire altrove facilmente, una volta arrivati. Come mia politica personale, per questo motivo, ho cercato di fare il possibile per evitare di sovvenzionare questo sistema, sperando che da marzo, cioè da quando l’NLD entrerà ufficialmente in possesso dei suoi poteri dopo la vittoria alle elezioni, le cose possano cambiare. Personalmente ho i miei dubbi ma sperare non costa nulla.

Il rientro è stata un’avventura perché appena si esce dalle strade principali ecco che non solo sparisce l’asfalto, ma anche i lastroni di cemento. Soltanto terra. Motocross! Devo ammettere che in questo non so come avrei fatto senza GPS, più di tutto perché stava tramontando il sole e a sud di Inwa è tutto veramente rurale. Impagabile il chiedere conferma ad ogni persona che ho incontrato, che non appena mi vedeva mi guardava di uno stupore buffissimo.

Ma ce l’ho fatta, ho festeggiato con una Mohinga nei pressi del ponte di legno di Amarapura (foto prima del titolo del post) grande attrazione della zona.

 

Rientrata a casa col buio, distrutta. È stato un bel ultimo giorno in Myanmar per questa volta. Ma adesso è ora di tornare!

 

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Giorni in Birmania

Mi trovo a Mandalay, nel primo hotel dove finalmente trovo una connessione sufficiente a pubblicare un post. Ma cominciamo dall’inizio: hey sono in Myanmar da una settimana! 

Questo paese ha una storia precoloniale dimenticata, che vede come protagoniste principalmente tre etnie: Mon, Shan e Bamar, un po’ in lotta e un po’ nel tentativo di unificare i regni. Fanno in tempo a riuscirci che arrivano gli inglesi che con l’aiuto dei Thai si prendono tutto, decidendo che la colonia avrà il nome di Birmania. Con la seconda guerra mondiale fu invasa dal Giappone appoggiato dalla resistenza locale, cui era stata promessa l’indipendenza, ma fu tutto un imbroglio. L’eroe nazionale Aung San fu assassinato nel ’47 dall’esercito che prese il potere e cambia il nome del paese in Myanmar, inaugurando diverse dittature militari. Lo scorso 8 novembre le elezioni sembrerebbero aver dato vita ad una era democratica, con la vittoria della lega nazionale per la democrazia, il partito fondato da Aung San e guidato dalla figlia premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

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La frontiera

L’ingresso nel paese è andato come previsto, 8 ore di bus per arrivare alla frontiera alle 6 del mattino, colazione a Myawaddy (la prima città oltre il confine) con una gustosissima mohinga (tipica zuppa con noodle e crocchette di pesce che qui si consuma di mattina).

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Baretto per la mia prima colazione

Non so se si è capito ma per me una buona percentuale del piacere di viaggiare deriva dal cibo, cosa che nel sudest asiatico per ora non mi ha mai fatto rimpiangere casa (anche per questo motivo credo che non andrò mai in Cina).

In attesa del bus per la capitale incontro il primo “occidentale” della traversata, J., prenderemo lo stesso bus. Scopro che è un neozelandese di Christchurch e quindi mi accorgo che “occidentale” non è proprio l’aggettivo più corretto. J. vive a Bangkok da 5 anni come insegnante di inglese, si sta facendo un giretto di svago ma a breve vuole cercare di traferirsi definitivamente in Germania. “Ahh l’europa”. L’europa è la parte del mondo dove si vive meglio, parola di J. che in 48 anni ne ha viste delle belle avendo vissuto in molti continenti e mi racconta cose incredibili. 12 ore di viaggio sono tante, mi rendo conto che è stata una fortuna incontrare una persona così positiva, solare e divertente (anche se lievissimamente logorroico e io non ho quasi chiuso occhio) in un momento in cui la separazione da A. è stata più difficile del previsto. FullSizeRender-3

Ricevo un sacco di complimenti da J. ma anche dai due danesi che incontro a Yangon, per aver voluto continuare il viaggio comunque, mentre io invece realizzo che mi piace proprio questa cosa di poter dire “mio marito etc” ahahah.

 

Yangon! Capitale molto recente, è la città dell’Asia con la maggiore concentrazione di edifici risalenti al periodo coloniale. La a cosa affascinante è che non sono mai stati restaurati, quindi inevitabilmente ho pensato al centro di Palermo (lo so, ritorna sempre): l’abbandono, il degrado unito alle rovine di un’epoca fiorente, che ha visto passeggiare in queste strade anche il signor George Orwell, di servizio presso l’impero (da qui il titolo del post).

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Per le strade le donne e i bambini hanno una cosa gialla spalmata sulla faccia, la thanaka, un estratto naturale cremoso usato come cosmetico di bellezza e di protezione solare. Gli uomini ne vanno pazzi! Ho dedotto da qualche commedia tv, che un modo per dimostrare devozione alla propria amata, è proprio quello di preparare loro questa crema pronta all’uso. Infatti non è una pratica comodissima: si tratta ogni volta di strofinare con vigore un pezzo di legno su un disco del diametro di 30 cm con movimenti circolari e veloci.

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Non resisto, lo devo provare anche io!

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Non so quanto poi sia vero, ma ho come l’impressione che qui i sorrisi siano più autentici, complice il fatto che il turismo non sia ancora ai livelli dei paesi circostanti (ancora per poco a sentire chi c’è già stato e nota cambiamenti) e quindi sono ancora in tanti a vedere gli occidentali sostanzialmente come degli alieni.

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Shwedagon Pagoda, la famosa pagoda d’oro gigante (è una copia bellissima, quella originale è a Bagan)

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Decido la mia prossima meta: Mrauk U. Mi piace perché (oltre naturalmente ad essere un’antica capitale etc) si pronuncia “Miau ù”. Acquisto convinta il mio biglietto alla stazione, per evitare di spendere 4 volte con le agenzie (come dice J. “La prima volta paghi per imparare”) e parto. Dopo 9 ore scopro di essere arrivata in un posto completamente diverso, a 200 km da dove dovrei essere, il posto si chiama Nyaung U ( e la pronuncia è “Niau ù”. Mentre mi chiedo che ne sarà di me, realizzo di essere a Bagan: ho pensato che c’erano forse posti peggiori dove finire per un errore di pronuncia!

A Nyaung U mi imbatto per caso nella sede di partito NLD, ma non c’è nessuno.

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in primo piano un ritratto di Aung San

Seguo un consiglio su Internet, noleggio uno scooter elettrico e mi faccio un giro nella mitologica valle dei templi estesa più di 40 km², fino al tramonto…

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Il cellulare è andato in tilt coi colori del tramonto! La Sony è stata bravissima ma a questo giro non posso scaricare le foto dalla scheda.

Sul bus per arrivare qui a Mandalay ho conosciuto Nyu Nyu Oo, una tenerissima e carinissima ragazza di 23 anni che studia programmazione informatica (C# e Java) all’università di Mandalay. Non so come facesse a dormire durante il tragitto su quelle strade da voltastomaco, era certamente stanca morta e nel suo sballottare a destra e sinistra mi ricordavala sottoscritta nei suoi andirivieni da pendolare. Quando è rinvenuta ho poi scoperto che era arrivata a Bagan con le sue compagne per partecipare alla festa del tempio Ananda, uno dei più importanti di Bagan. Si tratta di un grande evento che c’è ogni anno a gennaio con la luna piena: una specie di rave party di 3 giorni che attira giovani da ogni dove, che si raccolgono di notte intorno al tempio, mentre di giorno scorazzano su camion stile carnevale, con musica tamarra a tutto volume. Ho rubato qualche istante in diurna in questo video, dato che la parte serale ho preferito evitarla.

Ora vado a riposarmi, domani mi aspetta un’escursione in motocicletta nelle campagne, non vedo l’ora!

A Bangkok aspettando Yangon

Mi sembra ieri che, arrivata al Suvarnabhumi (aeroporto di Bangkok), mi rendo conto di dovervi passare qualcosa come 10 ore, prima di prendere quel trabiccolo diretto a Phnom Penh.
Era il 2008, buio, la mia prima volta in Asia a trovare Manuel e ad una certa mi son detta: “ok adesso esco e mi faccio un giro a Bangkok”. TukOvviamente il mio autista di tuktuk non sapeva una parola di inglese a parte “ok” e io me ne sono accorta dovendolo frenare dal portarmi a fare il giro turistico, perché volevo solo fare 2 passi in centro. Fu così che completamente a caso mi ritrovai a Khaosan road. Fu molto emozionante.

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Zona tattica per tutti i turisti per una sistemazione basso costo, khaosan rd è un punto di partenza per qualsiasi tour, al prezzo di sembrare la perfetta colonia che rende l’Oriente facile, divertente e accogliente per tutti. Streetfood e cibo occidentale, souvenir e massaggi a ogni angolo, musica e scorpioni glassati da fotografare a 20 cent. Bello tornare qui e ripartire dove ero rimasta.

Il nostro arrivo in Thailandia era inteso al fine di organizzare il passaggio via terra in Myanmar approfittando del check point di Myawaddy, aperto in tempi recenti anche ai turisti.

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Aperitivo in altitudini metropolitane

Dato che come avete saputo, A. ha dovuto anticipare il suo rientro in Italia, abbiamo rivisto un po’ i programmi. Entrare in Myanmar via terra significa procurarsi un visto all’ambasciata di Bangkok, comprare un biglietto per un bus diretto alla frontiera, scendere dal bus, attraversare il check point a piedi e prendere un secondo bus diretto alla capitale.

All’inizio A. voleva comunque a tutti i costi prendere Il visto con me per accompagnarmi alla frontiera e al secondo bus, ma pensandoci sarebbe stato solo faticoso e inutile. Abbiamo quindi optato per una fuga al mare per passare in relax gli ultimi giorni di vacanza insieme.
Abbiamo scelto l’isola di Koh Chang, letteralmente “isola degli elefanti”, una riserva naturale vicina alla Cambogia, consigliata per non allontanarsi troppo dalla capitale ma soprattutto per tenersi alla larga dal caos burino della maggior parte delle spiagge famose thailandesi.

Kayak, snorkeling, mangrovie, scogliere panoramiche, pochissimi turisti, pochissimo internet e polleggio assoluto, scandito dai curry thailandesi di latte di cocco, di cui non mi stuferò mai.

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Al rientro a Bangkok (nella foto c’è il venerabile re Bhumibol, i cui ritratti tappezzano l’intera città) cerco di sistemare il necessario per la partenza di lunedì sera. Lunedì è anche il giorno in cui mi verrà restituito il passaporto con il visto. Scopro che posso ritirare il visto dalle 14:30 alle 15:30, mentre il bus parte alle 16:30 (ma non era di sera?!), ambasciata e appuntamento bus distano…6 km!! Dato che il traffico di queste parti rende Palermo una città senza problemi ( rif. Johnny Stecchino), 6 km in auto corrispondono ad una distanza di tipo 200. Che faccio? Niente panico, noleggio una bici!

6 km in bici conoscendo la strada in piano si fanno in meno di mezz’ora. Io ho il mio navigatore che mi consiglia di attraversare Chinatown. Arrivo a destinazione dopo 45 minuti: troppo! Al ritorno decido io la strada, non bado alla mappa, seguo i canali e arrivo in 26 minuti: è fatta.

Sono andata vittoriosa ad acquistare il biglietto del bus, ma vengo a scoprire che con 100 baht in più (2,5€) c’è un bus che parte alle 19 che la commessa precedente non conosceva. A quel punto un po’ mi è dispiaciuto, ma mi sono arresa al fatto che la mia missione bici in tempi record poteva benissimo essere accantonata e ho ceduto. Riposo con la consapevolezza che boicotterò i taxi in favore della bici, troppo bello!

Oggi invece un bel giro al Grand Palace, chiudo con un po’ di foto, ci sentiamo dal Myanmar!

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Panoramica del posto paradisiaco, calca infernale

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Antica residenza reale

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tempio del Buddha sdraiato (ho lasciato le teste per dare un’idea della grandezza)

 

Curry curry delle mie brame

“Il cibo srilankese è come quello indiano?” Ci sono delle affinità, ma sostanzialmente è un altro pianeta, della galassia Asia.

Colombo, ultime ore in Sri Lanka. Presto riaffiora il ricordo del nostro primo pasto, quella sera di dicembre, quando abbiamo assaggiato per la prima volta il kottu.

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Il primo kottu non si scorda mai, prima di partire dobbiamo assolutamente tornare a riassaporarlo, un’ultima volta, nello stesso posto: Pilawoos.

Nato negli anni 70, il kottu è forse lo streetfood srilankese più giovane della scena. È una pietanza composta da fettine sottili di piadine locali, formaggio, uova strapazzate, cipolle, porri e volendo anche pollo o pesce. Il tutto è saltato su piastra con spezie. Una prelibatezza che in termini di popolarità è paragonabile all’hamburger.

Trovare una ‘trattoria’ locale da queste parti non è così immediato ad una prima occhiata. Quando si realizza il fatto che la parola ‘hotel‘ associata al brand della Pepsi o della Coca-Cola può significare ‘ristoro’, allora si apre un mondo, pieno di stuzzichini fritti, ripieni di mix vegetali o pollo e spezie, i roti (dischi di pane simili ad alcune piadine o a certi panigacci) impastati al momento e abbinati a condimenti piccanti come lenticchie locali o altre verdure in umido.

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Punti di ristoro tipici

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Per strada si beve succo di king coconut,  una varietà arancione di cocco, più comune da queste parti e utilizzata per cucinare tutto. Questa signora le prepara armata di macete.

Ma qual è il piatto srilankese più importante?

Dambulla, 20 km dalle antiche rovine di Sigiryia. Al fatiscente resort Yamagama che ci ha ospitato 4 giorni, in mezzo alla giungla, eravamo ormai come una famiglia, ogni giorno ci chiedevano cosa desiderassimo mangiare, per poter correre a comprare appositamente gli ingredienti freschi nell’alimentari più vicino. Abbiamo potuto testare”il Curry srilankese” in tutte le sue molteplici forme.

Ciò che ignoravo è che la parola CURRY in Sri Lanka può riferirsi a 3 cose distinte: il comune mix di spezie, la pianta le cui foglie vengono utilizzate come una sorta di ‘alloro’ e infine il Curry Rice, il piatto più consumato a livello locale.

Si tratta di una pietanza di riso composita, accompagnata da diversi piattini con condimenti (i “curries“) in umido tra i quali spiccano: lenticchie, zucca, fagiolini esotici, barbabietole, patate (eredità inglese) in salse saporose di curcuma, curry, peperoncino e pepe nero. Può essere servito in 3 varianti: accompagnato da riso, string hoppers (pancake di noodles) o con roti (o addirittura pane).

La cosa più liberatoria è stata abbandonarsi a letteralmente ‘pucciare’ gli intingoli dall’inizio alla fine, senza remore.

Alla fine non ho resistito e ho comprato l’Artusi della cucina dello Sri Lanka, la cui prima edizione risale al 1929.

Salutiamo T. e L. che ritornano a Berlino e in attesa del nostro imbarco per Kuala Lumpur, chiudo con il ricordo del dessert più buono che abbiamo provato, immaginatevi una torta di riso massese versione esotica: il Watallappan.

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Watallappan

 

Oltre il 7° Parallelo

Prima di partire da Dambulla, vorrei ricordare il ristorante sulla strada da Kandy che ho visto dal finestrino dell’autobus. Dopo essere riusciti a trovare una sistemazione, siamo tornati per mangiare qualcosa. Mi era sembrato un locale pieno di gente del posto, un presidio senza turismo. Si vedevano quattro singalesi che giocavano a carte e un gruppo di persone che spostavano delle sedie di plastica, ma nessuno mangiava, bevevano soltanto tè. Ho pensato, per un attimo, che non fosse il posto giusto. Mi sono affacciato alla soglia. Una persona mi ha bloccato. Ho chiesto se si poteva mangiare, il tizio mi ha risposto che oggi il cibo era gratis.

In mezzo alla sala da pranzo era esposto il corpo di una donna di 63 anni, la moglie del proprietario del ristorante, trapassata il giorno di capodanno. La bara era di legno nero, lucido, imbottita di veli, protetta da zanzariere e decorata con tessuti tendenti all’arancione, luci e candele. Attorno aveva delle arcature gotiche realizzate con zanne di elefante. Il cadavere sembrava una clessidra girata. La sabbia era scivolata fuori da sotto. Nel vetro non restava più niente.

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Ho sussurrato che, forse, sarebbe stato meglio andare. Mi hanno chiesto da dove venissi e mi hanno fatto cenno di aspettare. Così, in perfetto italiano, esce un uomo che ci invita a cena e ci spiega che sua madre è morta da poco; per cui, il cibo è gratis. Gli rispondo che ci sembra un momento privato e che non abbiamo intenzione di infilarci, ma non pensiamo neanche per un attimo di rifiutare una tazza di tè e dei biscotti.

Mentre ci fanno sedere, il marito della donna viene a salutarci e ci dice che suo figlio ha studiato a Firenze. Mi è sembrato il suo modo di farci capire che trovasse normale che noi fossimo lì, per una convergenza di famiglia geokarmica e uno yo-yo di meridiani aggrovigliato sul planisfero.

Riesco a farmi, in maniera astratta, il segno della croce. È impossibile che la gente attorno a me se ne sia accorta, ma sono sicuro che mi stessero controllando il movimento delle mani.

Ci arriva davanti un tizio che ci sembrava di avere incontrato in via del Pratello. Sembrava il classico irlandese con le basette lunghe da elfo, la pelle scura, il basco stile Che, una camicia militare e gli occhi da tigre tamil o da tipo che esce dalla giungla. Insiste per farci mangiare i biscotti e ci versa il migliore tè che abbia mai bevuto, una miscela di foglie raccolte direttamente nelle piantagioni attorno alla città, con zucchero e zenzero. Chiediamo il nome della defunta, salutiamo la famiglia, beviamo e ce ne andiamo. Il caffè non lo sanno fare, ma il tè sì.

Nessuno piangeva, soltanto il figlio, quello che ha studiato a Firenze, aveva l’aria molto, molto, triste. Oggi ho letto che, secondo il Kali Yuga, è finita l’epoca degli artisti e dei sacerdoti: questo è il periodo in cui, a contendersi la gestione del potere, sono gli operai e i mercanti; poi, ci saranno soltanto le caste più infime ed, infine, i fuori casta. I buddhisti, qui, possono scegliere se cremare il corpo o seppellirlo.

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The Nazi Goring Affair

La gag va avanti da ore nella mia testa: un bar, my dear.

Ad un certo punto, l’autista grida: “a deer – there’s a deer…”

Il tedesco guarda l’italiano. “What? A beer? In the jungle?”

“A deer, not a beer!” risponde l’italiano.

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“Look, here” insiste l’autista. Timidamente l’inglese si informa: “Was it a beer? Bear? A bar here?”

“No sir, hear: it was a deer”.

Who's been sleeping here?

Quattro ore dopo ci troviamo al ristorante e non riesco a tenere gli occhi aperti. T ed io scorriamo il menù, cerchiamo una birra, ma non ce l’hanno. All’improvviso mi viene in mente la swastika nel sole. Mi ricordo di una swastika incisa in una villa a tempio di Hikkaduwa, divorata dai rovi. Mi sono chiesto, cosa ci fanno i nazi qui?

Nel menù c’è scritto, Nazi Goren, ma sono troppo stanco. Mi vengono in mente Goring e tutti i nazisti scappati imbottiti d’oro. Guardo T e gli domando: “Cosa sarebbe il Nazi Goren? Il piatto preferito di Goring? Ma perché, tu sai qual è?”

T mi dice che gli mancano le patate. Io penso che siamo pari con la storia della birra e mentre annego in una piscina di sogni sfuocati, qualcuno mi comunica che il Nazi Goren è una ricetta indonesiana. Evidentemente ho sbagliato paese, ma la storia è sempre la stessa. In spiaggia, mi hanno presentato un tizio che ha fatto una rapina da sette milioni di dollari. Anche lui si è trasferito ad Hikkaduwa. I tedeschi non sono programmati per parlare del nazismo, ma per dirla con Kief: Tell-me-now: who’s been sleeping here?

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Bucato Kills

Allo Sri Lanka piacciono i gradini. Ne abbiamo saliti e discesi fino a spaccarci le articolazioni: alcuni sotto la pioggia, alcuni sotto il sole, alcuni a quattro zampe, altri con lo zaino sulle spalle che mi ha spinto a meditare “se per caso kundalini e l’ernia non fossero la stessa cosa”, alcuni regolari, altri irregolari, alcuni scavati nella roccia, altri a chiocciola, alcuni di ferro, alcuni di plastica, fuori dai treni, dentro le stazioni, sopra i ponti, sulla jeep, in tutti i templi, in tutti i tempi, a tutte le ore, quasi sempre senza caffè, ma è stato grazie ai gradini che siamo arrivati a Dambulla.

Dopo un avvitamento sempre più stretto di sistemazioni precarie, in stile frontiera e lamiera, senza acqua calda, con la pioggia inglese rifilata sulle piantagioni di tè ai tropici, e l’intero zaino da lavare abbiamo optato per una sosta di tre giorni negli upper countries.

Siamo scesi dal treno a Matale, convinti di trovare l’ennesimo surrogato urbanoide, ma non c’erano hotel. Si respirava una pesante atmosfera di alcool e depressione, in linea con tutti quelli che si chiedono da quale parte sia girata l’altra faccia dello Sri Lanka, quella che non guarda i turisti. Si trova a Matale, al capolinea del treno da Kandy.

Ci hanno portato in un hotel chiuso, con le zanzariere rosa zucchero, impolverate. Le camere sporche. Senza acqua, eccetto quella stagnante nei bidoni del bagno e ci hanno proposto di restare lì. Non ci avrebbero mai mandato via e si sarebbero fatti in quattro per farci stare tranquilli, ma ce ne siamo andati noi.

Il primo autobus in strada stava andando a Dambulla. Siamo saliti al volo, con lo zaino in spalla e sulla pancia, il tappetino yoga lanciato dentro dal finestrino, qualcuno che ci pigliava e qualcuno che ci ha ceduto il posto. Siamo scesi due ore a Nord, in un altipiano fresco, pulito e tranquillo, dai lunghi giardini botanici, le strade di terra rossa e spezie, il mercato B2B della frutta e verdura, antiche rovine e giungla reale.

Tutti gli alberghi sono al completo, ma un ragazzo telefona per noi in un posto fuori mano, una villa coloniale con le scimmie che saltano sui tetti ed il proprietario che è come se ci accogliersse a casa sua.

Volevamo fare il bucato, ma non sapevamo dove stenderlo. Dai manghi e dalle palme piovono scimmie che rubano i vestiti. In lontananza, gli agricoltori sparano. E qui le scimmie muoiono, sprecano il cibo, si fregano i cocchi, danno un morso e li buttano via. È una lotta continua, tra speci e natura. Mi vengono in mente i Pixies: si parcheggiano le ape-car e le scimmie sono arrivate in paradiso.

Monkey gone to heaven!

Monkey gone to heaven!

 

…Matrimonio con chi vuoi

Unawatuna 27 dicembre 2015

Ho avuto bisogno di qualche giorno per elaborare, ma ora mi sento di nuovo in grado di scrivere: abbiamo vissuto un’esperienza incredibile, inimmaginabile e aldilà delle nostre possibili aspettative.

Io e A. Ci siamo marito e moglie (ahhh che impressione! 😂) Onestamente non avrei mai dato per scontato che avrei mai fatto questo grande passo, ed è per questo che ancora stento a crederci. È una sensazione bellissima che muta ogni giorno che passa e che impreziosisce questo nostro legame dandogli un senso che per me aveva un significato legato a delle parole e non ad una vera esperienza diretta. Cambia tutto. Cura, rispetto, condivisione, futuro, partecipazione, complicità, progettazione, comprensione, ricerca reciproca, dedizione… tutte queste parole acquisiscono un significato e un’importanza più strutturati, più solidi. E veramente è tutto nuovo.

Ma quindi com’è andata?

Avevamo pianificato tutto prima della partenza; ci sono voluti mesi ma alla fine abbiamo scelto una struttura comoda sul mare (ben orientata per il tramonto sul mare) che ci aiutasse a gestire l’evento in modo semplice e senza inutili sfarzi, dato che saremmo stati soli. La scelta finale è stata il Thaproban Pavillion Resort  di Unawatuna.

Il giorno fatidico ovviamente io ero agitatissima. Non voglio pensare a quanto lo sarei stata se fossi stata circondata da amici e familiari! Previsioni PESSIME, acquazzoni ad ogni ora. Ho chiesto a tutti di soffiare un questa direzione. Felice del mio abito punjab  rosso acquistato a Colombo pochi giorni prima (design simile a questo), mi sono affidata alle sapienti cure di truccatrice e parrucchiera, con i preziosi consigli di A.. quindi via a casa della notaia locale che ci ha registrati e fatto pronunciare le formule in inglese (la parte più difficile si è rivelata quella del capire cosa esattamente volesse farci ripetere, ma aveva una casa davvero graziosissima, quindi è stato meraviglioso) dopodiché siamo stati trasportati nella fantastica spiaggetta privata dove era stato allestito l’arco floreale tradizionale per la celebrazione locale.

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La cerimonia tradizionale singhalese sia chiama Poruwa e ha delle contaminazioni buddiste. Il tutto consiste in una serie di rituali eseguiti dagli sposi in piedi su questa piattaforma, sotto la guida di un celebrante che intona canti di buon augurio.

NB.Non ho foto relative al rito da postare, abbiamo dvd che ci hanno dato i fotografi ma non siamo ancora riusciti a trasferire le foto su chiavetta!

Dopo il rito abbiamo brindato con champagne e ‘subìto’ l’interminabile servizio fotografico, dopodiché il gran finale, la cena di pescato in riva al mare davanti alle mangrovie.

Qui abbiamo un po’ di foto

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La location il giorno prima

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Prima di cena

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Sterlizie di decoro

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Ci hanno detto che era Cuttlefish ma non mi sembrava una seppia

Il menu consisteva in: tiger prawns fritti, Devilled Jumbo prawns (entrambe varietà di gamberi enormi cucinate coi sapori locali che poi argomenterò), un pesce enorme stufato con seppie e calamari, riso e verdure. Vino bianco cileno (evitare sempre quello locale). Divino.

Ero talmente rilassata e felice che per la prima volta nella mia vita mi si è conficcata una lisca in gola. Non avendo risolto il giorno dopo, non riuscendo a mangiare, ho provato a seguire i consigli dello staff, come ingoiare banane con le braccia alzate (tranquilli qui le banane sono piccoline) o i mucchietti di riso, ma niente. Ieri me la sono fatta estrarre dall’efficientissimo dottor Wickremasinghe, un otorinolaringoiatra dell’ospedale di Galle. Volevo evitare gli ospedali ma è stata un’esperienza memorabile, perché anche per quanto riguarda gli ospedali in Sri Lanka non c’è nulla di paragonabile all’India. Tutto è bene quel che finisce bene.

Siamo a Tissamaharama, domani partiamo per SriPada, o Adam’s Peak, un santuario dove dovrebbe esserci un’orma del Buddha ed è considerato il luogo dove Adamo mise piede sulla terra dopo la cacciata dal paradiso. Faremo un percorso di trekking notturno per veder sorgere il sole sulla cima, il primo sole del nuovo anno. Tanti auguri a tutti!

PS.Ah dimenticavo! Non ha piovuto fino alla fine della cena!!🎆😂

 

 

 

Natale non coi tuoi..

Le prime 2 esperienze su i treni locali (lusso in confronto ai treni indiani) ci hanno un po’ temprati. La prima, 3 ore in piedi verso Kandy, passate nella zona salita/discesa con altre 2 coppie, una francese e una tedesca (qui scatterebbe la classica barzelletta ma evito).

DSC01051_2La seconda per arrivare dove siamo, a Hikkaduwa, 6 ore seduti ma sepolti dalle persone circostanti e qui abbiamo ritrovato casualmente la coppia tedesca, T. e L.. Kandy non ci ha colpito moltissimo, a parte l’esperienza pittoresca al Tempio buddista dov’è custodita la reliquia del dente di Buddha.

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Quindi facciamo il punto su cosa vuol dire essere qui in questo periodo. 30 gradi e babbi natale dovunque. Le coppie locali si fotografano sotto gli alberi addobbati con palle, lucine e neve finta. Giri l’angolo e bang “Let it snow” a tradimento strappa più di un sorriso.

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L’amica Giovanna mi aveva detto che il Natale sarebbe stato un po’ come una festa degli innamorati un po’ freak. Secondo me è un po’ più come dice A.: il natale si avvicina molto a quello che per noi è Halloween, ovvero una festa pagana che proviene da una cultura che non ci appartiene, in una versione a volte un po’ confusa e buffa. A Betlemme di sicuro non c’era la neve (ndr. Mi è stato fatto notare a posteriori che in realtà potrebbe esserci stata) ma quello che si percepisce qui, a parte qualche sporadico presepe, è soprattutto la parte commerciale legata alla Lapponia, quindi un immaginario geografico veramente lontano, che la maggior parte dei singalesi molto probabilmente non vedrà mai.

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A detta di tutti quest’anno c’è molto meno turismo rispetto agli anni passati, nonostante la guerra civile non sia finita da così tanto in fondo. Il problema sembra ovviamente la paura di volare che ha la gente dopo gli sconvolgimenti in Siria e gli attentati in giro per il mondo. L’anno scorso forse sarebbe stato impossibile trovare posto alla Tamaro beach senza prenotare..si tratta di un paradiso per niente tamarro in realtà, un piccolissimo alberghetto sul mare, lontano dal caos, con una deliziosa cucina casalinga ad un prezzo davvero onesto. Stasera faremo una cena di Natale con T. e L. e domani  Unawatuna. Vi chiameremo per gli auguri!

Sunset

Acclimatarsi a Colombo

Dopo le temperature da congelatore dell’aeroporto di Chennai, siamo finalmente approdati ai 30° di Colombo. Il nostro autista ha  subito tirato fuori l’argomento cambiamenti climatici, a quanto pare anche qui sulla bocca di tutti. Sembra che il clima sia diventato imprevedibile, non ci sono più i soliti scrosci serali tipici di questo periodo e stia piovendo meno del previsto, in fasce orarie strane.
Io me ne rammarico moltissimo ma non riesco a tenere gli occhi costantemente aperti dalla stanchezza durante il tragitto.

Ben presto quella che era un’impressione allucinata diventa una realtà: le strade della capitale sono piene di SUV e macchine di lusso; nei quartieri del centro, nonostante non esistano cestini della spazzatura, non c’è una cartaccia per terra; i tuktuk  (apine pubbliche che fanno da taxi a 3 ruote in oriente) che in India e indocina sono mezzi scarcassatissimi e addobbatissimi, qui sono lucidi e fiammanti, con i tettucci di gomma che parrebbero montati tutti ieri. Svizzera!?

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Fortuna che il nostro hotel si trova a sud, in una location più ‘caratteristica’ e verace (Bambalapitiya).
Questioni burocratiche a parte (ci hanno fatto perdere un po’ di tempo), ecco un po’ di cose belle che abbiamo visto.

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Tempio hindu Vajira Pillayar Kovil

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imponente statua del Buddha – Tempio Gangaramaya

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Monaci che ci hanno benedetti. Questo tempio custodisce una reliquia dei capelli di Buddha.

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Pettah market, perfetto per del field recording

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Pettah

In questi giorni il tempo è stato clemente, ovvero, nelle ore più calde era sempre coperto. Si suda molto ed è meraviglioso. Peccato che ogni volta che volevamo fare yoga (al tramonto nel pratone sul mare), alla fine pioveva, per poi diventare sereno (a spregio). Oggi è l’ultimo giorno e il cielo è serenissimo; dopo la missione abito non ancora portata a termine, sarà la volta buona.

Domani probabilmente arriveremo a Kandy, nell’entroterra, ma vi saprò dire.